Nebbia, l’assedio di Brixia

Nebbia: lento assedio di spiriti opalini

che dai campi a sud si levano.

Placidi, poi, cavalcano

gelidi sospiri di vento,

fin su alle porte dell’urbe.

E in ombre di tenebra filtrano

tra le tessute vie fin su,

sull’alte colonne del Tempio Antico.

Corrono ad assaltar la piazza

Che Vittoria non teme e ‘sí

si schiantano sul monolitico volto

della piacentinea posta.

Nebbia che assedia l’urbe,

antica e nuova.
  

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Missae pro defunctis: l’ira di Sapienza

Volgo ora le mie preghiere a Speme, che da lassù m’osserva. “Oh dolce consolazione che non abbandoni mai l’anime mortali, indica al reo la dura via del pentimento. Ricorda all’uomo la sua fortuna”.Mi risponde in canto, la sua voce è dolce e corre sulle corde d’un violino: “Absolve Domine animas omnium defunctorum ab omno vinculo delictorum”.

“Taci” la dura voce di Sapienza rintocca sotto l’alta cupola. “L’uomo non merita la tua preghiera. Esso è immonda bestia per natura, Ragione aveva dato loro un dono: la luce che a me conduce. Ella voleva nobilitar il lor infimo natale attraverso la dura strada che eleva l’animo e l’arricchisce di quelle dolci virtù che potean trar l’uomo dalla bestia. Non fu un di loro a dire che furon fatti non per viver come bruti, ma per seguir virtute a canoscenza? Il monito di costui mi par fu scritto invano e il tempo ha dimostrato ch’essi nascono assassini, tanto poveri d’umiltà quanto ricchi di boria, preferiscono vivere nell’ignoranza e far valer la forza al fin pensiero. Bestie son e bestie han voluto restare fino all’avvento di questo tribunale. E nonostante questo peccato ancor gli si vuol lasciare la salvezza d’un sincer rimpianto? Non son concorde! E v’è almeno un lor vizio che non ha perdono, ma getta l’anime loro al foco eterno, ma lasciam ai nostri testimoni il seguito di quest’arringa!”.

  

Francisco Goya, 1797, Il sonno della Ragione genera mostri.

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Missae pro defunctis: avvocati, giudici e giustizieri.

Il mio animo s’acquieta or che lei é al mio fianco. Ella muove qualche passo al centro del gran tempio, ed io appresso, e volge il volto in ossequio a Morte, sua unica signora. Restituisce infine a me il pietoso sguardo dal quale anelo ancor perdono.
“Poco è il tempo che mi è dato – dice – il gran Giudice deve menar avanti tale officio, ma chi governa questo estremo canto ha convenuto che tu comprenda quale fu la via che qui ti ha portato. Congiunto caro, sai ben che il tuo nome non s’annovera tra i pii, il cuor tuo non fu libero da vizi, né brillante di virtù. Pecca colui che divien santo e tu sai ben d’esser uomo comune. Ma tra vizio e virtù hai cercato il sentier mediano, lo stretto passo che incorda cor, mente e animo, camminando per la via illuminata da Ragione”.
“Comprendo quel che vai dicendo, ma io non son giudice né avvocato e nemmen é mio il diritto di far giuria per l’infimo genere a cui appartengo”. La mia voce trema e la lingua si fa pietra mentre muovo la mia protesta.
“Tu sei solo testimone impuro che ha conosciuto l’uman vizio. Osserva costí il volto dell’accusa, la vedi in scure vesti, col libro stretto al petto e la testa di lauro cinta? Quella è Sapienza, congiunta di Ragione, lei ha furia di condanna per coloro che han spento il lume della sorella sua amata. E ora colà tu la vedi in smeraldini veli? Là è la difesa dell’uomo peccatore, Speranza, che mai abbandona il core di colui che vuol pentirsi” al suo parlar sommesso, da due archi opposti dell’alto ambulacro, s’affacciano due donne di magnifica bellezza. Alla vista di Sapienza mi si gela il sangue ai polsi, ha negli occhi il fuoco ardente di chi odia e il volto torto in rabbia, ma Speranza volge a me uno sguardo d’amor che mi riscalda.
“Vedi, cugino mio amato? Non c’è giudice o giuria in questa sala, ma solo giustiziere – ancor china il capo a Morte – chi governa questo officio ancor concede, all’uman reo, il pentimento. Or stai attento a quanto avviene, ascolta le voci di ingiustizia ha colpito, ma non lasciar che sia solo il tuo buon animo a far giudizio, usa il lume che ancora in te arde sommesso, penti il cuor tuo e forse qualcun seguiterà il tuo esempio”.
L’urlo d’organo copre le sue ultime parole e a far eco il canto dell’oscuro coro.

« Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis; In memoria aeterna erit iustus ab auditione mala non timebit. »

“Giunge il tempo di dirti addio. Sia il tuo cuore aperto e la tua mente attenta” dice scendendo, calma, i gradini delle buia cripta.

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Insonnia

Notturno Spirito

d’ore mie ti nutri

e il sol d’oriente leva

e ancor tu non m’abbandoni.

La ragion mia

l’oblio va cercando

e, le stanche mebra,

di Morfeo l’abbraccio.

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Missae pro defunctis: il dolor che tocca ai vivi

Vestita di candide sete si fa appresso, mi guarda pietosa mentre cerco rifugio nel mio convulso pianto. Dall’oscuro del mio mondo affiora ora la memoria de l’orribil annuncio: la sua voce non ha più mortal suono, le sue spoglie giacion fredde e l’anima sua appartiene a Dite!
La ragion mia non volle credere fin che occhi non videro corpo esanime: le belle mani giunte al petto, gli occhi chiusi, volti al sonno eterno, e il volto suo che parea già godere dei Campi Elisi. In quel tempo si piantò il nero seme nel mio petto e l’ombre tenebrose vinsero animo e ragione.
A noi, che restiam tra i vivi, tocca il cuor lacero e infelice, libero solo di gridare al ciel l’odio per crudel Destino. Non resta che soffrire fin che giunge, poi, il torpor che annebbia i sensi e par dar pace.
Or quegl’occhi son qui e van cercando i miei, il loro amor può muover stelle e monti, quelli che a entrambi furon cari.
“Maledico ancor la mia bocca, per non aver baciato le guance tue, ma per aver usato parole dure” la mia voce si fa sussurro tra singhiozzi che van chetandosi. Lei sorride e dice: “Alzati, congiunto caro, asciuga le tue lacrime e pacifica il tuo animo. Il tuo cuor fu più sincero delle tue labbra ed è questo che fa misura” tende a me la mano libera, l’afferro e mi par di toccar ghiaccio.

 

Dante Gabriele Rossetti, Beata Beatrix, 1872, Tate Britain. Foto da Wikipedia

Dante Gabriele Rossetti, Beata Beatrix, 1872, Tate Britain.
Foto da Wikipedia

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Missae pro defuntis: il mio più gran rimpianto

L’organo chiude il Kyrie e le ultime eco si spengono sulla chiave della cupola. La voce del giudice m’ha scosso, come le sue accuse. Chi il potere ha avuto, ma l’ha usato al proprio scopo, merita sì il massimo della pena. Son nuovi i dolori causati da questo malgoverno, nuove le pene da scrivere per l’uomo. La mia memoria scivola a quella gran opera del toscano che all’Averno aveva mandato i più visibil uomini del tempo suo. Lui per loro aveva prescritto fiamme eterne e atroci. Io non son così alto giudice, il mio ingegno non ha così impervie cime e allor perché mi convocate a questo officio?
A me domando, ma qualcuno mi vuol dar risposta. Una luce s’accende sotto l’altare e il ricordo d’una cripta del grande tempio riaffiora tra le nebbie della mia mente. Dal varco che da accesso alle strette scale, una lanterna affiora sorretta da una mano d’avorio. Una chioma bionda e un sorriso che conosco mi inchiodano il respiro: il mio dolore divampa dal cuore e un’antica tristezza mi pervade il corpo.
“Tu che porti il grazioso e caro nome, perché mi torturi con i tuoi dolci occhi? I miei più gran rimpianti risvegli. Oh io non posso reggere si magna colpa” grido a lei che tanto ho sperato di rivedere. “Io porto in petto questo peso: le mie ultime parole mi pesano sulla coscienza, ahimè, se non avessi mai aperto questa dannata bocca e la mia lingua si fosse morsa!” Non controllo i miei tremori e, sopraffatto, cedo inginocchio la mia preghiera.

Arnold Böcklin, L'Isola dei Morti, terza verisone (1883), Altenationalgalerie, Berlino. Foto da wikipedia di Lsdsl.

Arnold Böcklin, L’Isola dei Morti, terza verisone (1883), Altenationalgalerie, Berlino.
Foto da wikipedia di Lsdsl.

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Missae pro defunctis: Kirye eleison (o il peccato più grande)

Kyrie eleison

Empio e immondo è l’uomo potente del tempo nostro. Quale é il suo peccato? In risposta a questa domanda si leva terribil voce e treman le pietre e in mille eco si disperde mentre dice
“Le mani de l’uomini avete armato in nome di una fede che faceva manto al cuor avido. Si vis pacem, para bellum é stato il vostro credo. Voi, potenti, avreste potuto impedire che l’umana natura si macchiasse del fratricidio, ma avete preferito danzar con Guerra sulle note dell’Ingiusta. Sulle vostre mani vedete il sangue? Come posso aver pietà di voi che così tanto dolore avete scatenato? Superbi, avari, lussuriosi, invidiosi, ghiotti di ogni bene, iracondi e accidiosi, per questi peccati le vostre condanne son già rogate.”

Christe eleison. Prega il coro al tacer del Giudice.

“Ma se questi comuni vizzi son a voi connaturati, v’è un peccato che non ha nome e la cui pena sovrasta tutte l’altre. Voi, a cui i vostri simili hanno concesso il potere, avreste potuto cambiare il mondo e raddrizzar i torti, ma non avete voluto agire secondo ragione e, preferendo il pensier dei vostri panni, avete lasciato che Ingiustizia e Inganno di questo mondo fossero il governo”.

S’io vedo gli uomini potenti strapparsi le vesti al petto, piangono e strillano al cospetto del gran giudizio. Ancor vedo il sangue sulle loro mani e alla mia Ragione chiedo: Come posso aver io, uomo, pietà di loro che si gran potere avevano e han fatto più danno che giudizio?

Nemmen io, però, son salvo e nel mio silenzio son complice di tal peccato.

“Oh Kyrie eleison!” Mi unisco al coro pien d’angoscia.

Ambrogio Lorenzetti, Il Cattivo Governo (1338-40), dettaglio con la Tirannide che sovrasta la Giustizia legata e impotente. Foto da web art gallery (autore?)

Ambrogio Lorenzetti, Il Cattivo Governo (1338-40), dettaglio con la Tirannide che sovrasta la Giustizia legata e impotente.
Foto da web art gallery (autore?)

Per il testo completo della Missae pro defunctis seguire il link: https://lastilograficanera.wordpress.com/missae-pro-defunctis-il-funerale-della-ragione-umana/

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Missae pro defunctis: il sacro tempio

Tremo e sento freddo. Quelle orbite vuote guardano e giudicano anche me, lo fanno con la stessa inclemenza con cui stanno giudicando gli uomini potenti. Non resisto a quel non-sguardo e son costretto a chinare il capo, impotente davanti a Morte.
Conosco questo luogo, queste vetuste pietre mi san di casa. Otto archi sorreggono una cupola che dal ciel s’inabissa fin giù alla platea profonda e che par inanellata dall’alto abulacro.
Ricordo delle finestre ma, laddove ero abituato a veder la luce tagliare con lame questo ambiente, non v’è che buio.
Ricordo bei dipinti e sepolcri in pietra, uno in particolare.
Ricordo ancora il volto anziano d’un alto prelato cavato da quel marmo che, agli occhi miei, pareva freddo sangue. Dorme quell’uomo sogni sereni, pacificatore di spiriti avversi, forza che diede alla leonessa la quiete e il riposo.
Mi domando: è o non è quel tempio sacro che pallido si mostra alla mia mente?

Sul far questo pensiero un nuovo inno si leva dall’ombroso coro.

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Missae pro defunctis: la Nera Signora e gli uomini potenti

Or levo alti l’occhi e il cuor mio Paura stringe. Sotto l’Arco Santo, sul bordo d’un sepolcro traboccante di cadaveri, un pallido scheletro s’erge e canta:

Gionto per nome chiamata Morte
ferischo a chi tocharà la sorte;
non è homo così forte
che da mì non po’ schapare.
Gionto la Morte piena de equalenza
solo voi voglio e vostra richeza
e digna sono da portar corona
perché signorezi ognia persona

Ai suoi piedi tremano gli uomini potenti. Chinano il capo battendosi il petto e piangono e singhiozzano e lamentano: “Oh Giustizia, abbi pietà di noi!”.

Ma Lei volge loro orbite vuote e tace.

Il trionfo della morte, 1485, Oratorio dei Disciplinati, Clusone (BG).  Foto di Paolo da Reggio tratta da wikipedia.

Il trionfo della morte, 1485, Oratorio dei Disciplinati, Clusone (BG).
Foto di Paolo da Reggio tratta da wikipedia.

N.B.: il canto dello Scheletro è citato dai cartigli di questo affresco.

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Missae pro defunctis: requiem aeternam

Solo, al centro della grande rotonda, attendo. Le ombre s’annidano polverose sotto le grandi volte di pietra. Poche sono le tremule fiamme di candela che illuminano il vuoto altare. Una lunga nota d’organo, rompendo il fragile silenzio, annuncia l’inizio dell’ultimo requiem. Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Intonano sommesse voci prive di corpo. Per chi cantate, anime sante? Chi merita il riposo eterno se questo mondo è stato distrutto dal vizio dell’uomo? Te decet hymnus Deus, in Sion, et tibi reddetur votum in Jerusalem. Oh me misero, chiamato a sciogliere il nodo del nuovo male. Minerva, sii tu benevola, coprimi del manto della tua ragione, suggerisci al mio orecchio la giusta strada. Exaudi orationem meam. Sii tu benevolo, o dio Giudice, il mio cuore é mortale. Pur io son d’umana natura e come tale ho peccato, forse più d’altri e, anch’io, tornerò a te, rendendo a te soltanto la mia anima infedele. Ad te omnis caro veniet. Son solo, nella vecchia rotonda, a giudicar il cadavere dell’uomo, assassino abominevole di Ragione. Synodus Horrenda!

Buonamico Buffalmacco, il Giudizio Universale (dettaglio), Camposanto, Pisa.  Foto di Sailko tratta da Wikipedia.

Buonamico Buffalmacco, il Giudizio Universale (dettaglio), Camposanto, Pisa.
Foto di Sailko tratta da Wikipedia.

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